Undici anni dietro al bancone, da Roma a Parigi, da Londra alla Spagna fino a Dubai. Grandi insegne internazionali, whisky, competizioni, tecnica e una costante ricerca di un modo personale di raccontare l’Italia. Il viaggio di Miriam Guida è quello di una bartender che ha trasformato ogni tappa della propria carriera in uno strumento per costruire una precisa idea di hospitality.
Alcune carriere seguono una linea ben precisa, altre invece prendono forma strada facendo, attraverso incontri, trasferimenti e occasioni capaci di cambiare direzione. Quella di Miriam Guida appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Undici anni nel mondo del bar, un percorso che parte da Roma e attraversa Parigi, Londra e la Spagna prima di approdare a Dubai, con una costante: la curiosità. “Pareidolica da sempre, amante del whisky e bartender da 11 anni”, si definisce. Il primo passo è la Mixology Academy di Roma. Meno di un anno dopo, la chiamata di Big Mamma la porta a Parigi, prima come junior bartender e poi come bartender. “È stato lì che ho capito quale fosse davvero la mia passione: raccontare emozioni attraverso sapori e aromi”.

Parigi lascia spazio a Londra, dove Miriam fa la gavetta, impara l’inglese e approfondisce il mondo degli spirits. Il whisky diventa una delle sue grandi passioni e la porta fino al Diploma in Single Malt Whisky. Poi la Spagna, dove per un periodo si allontana dal bar come professione principale per dedicarsi al fitness. È un passaggio che potrebbe sembrare una deviazione, ma che si rivela soltanto un’altra parte della formazione. La telefonata per un trial da SIPS riaccende infatti qualcosa che sembrava essersi spento: “Il desiderio di scoprire, creare e mettere insieme emozioni e sapori”.
Da SIPS a Nobu, dove la prospettiva sull’hospitality si allarga ulteriormente. “Ho scoperto una dimensione dell’hospitality in cui l’esperienza dell’ospite viene prima del singolo ingrediente o della tecnica”. Un principio che diventerà centrale nel suo modo di lavorare. Dopo un nuovo periodo di approfondimento nel cocktail bar, con una visione sempre più tecnica e consapevole, Miriam entra nella squadra di Enigma by Albert Adrià. “Ho avuto la fortuna di lavorare direttamente con Albert e con la sua équipe, studiando la stagionalità dei prodotti e la costruzione di un’esperienza che fosse, prima di tutto, un viaggio attraverso i sapori”. Guardando indietro, sintetizza così quella fase: “È stato un percorso fatto di esperienze molto diverse, ma proprio attraverso queste differenze ho ritrovato e definito sempre di più la mia passione per la miscelazione e per il modo in cui può trasformare odori e sapori in emozioni”.
È con questo bagaglio che Miriam si trasferisce a Dubai, una scelta tutt’altro che programmata. “Dubai è arrivata in modo completamente inaspettato, ma lì ho potuto mettere in gioco tutto ciò che avevo assorbito negli anni e trasformarlo finalmente in qualcosa di mio”. Una decisione che oggi considera “una delle scelte più importanti della mia carriera”, anche grazie ad Alain Achkar, che ricorda con grande affetto e che l’ha aiutata a scegliere il Middle East.

Ad Alma Bar conquista la Top 25 di World Class e la Caterer Powerlist dei Top 50 Bartenders in UAE. Con 1920 compie un ulteriore salto professionale, affiancata da Federico Laurenza e Giuseppe De Stefano. “Iniziare questo progetto per me è stato fondamentale, affiancata da grandi bartender come Federico Laurenza e Giuseppe De Stefano, che non mi hanno mai permesso di arrendermi”. Seguono la finale regionale di Cointreau, un cocktail dedicato alla sua Lecce, la Global Final della Tahona Society con un progetto dedicato a chi lavora dietro al bar e una seconda presenza nella Caterer Powerlist.
Con Gloria Osteria cambia ancora la natura del lavoro. Non ci sono soltanto i cocktail, ma un team di circa venti persone, due bar e responsabilità legate alla gestione e alla leadership. “È stata una challenge importante, che mi ha portata a raggiungere la Top 50 di World Class e, per il terzo anno consecutivo, la Caterer Powerlist dei Top 50 Bartenders in UAE”. Un risultato che non rappresenta però un punto d’arrivo: “Una challenge ancora presente che mi mette ogni giorno alla prova, ma non mi permetto di perdermi neanche mezza sfida. Nonostante tutto ciò che abbiamo dovuto affrontare nei primi mesi di questo 2026”.
Anche nella creatività Miriam evita le definizioni troppo rigide. “Non credo di avere uno stile definibile attraverso una tecnica specifica”. Il suo processo parte da una domanda: “Come posso tradurre questa emozione in un sapore e in un odore? O meglio: se chiudo gli occhi, cosa mi evoca tutto ciò?”. Prima della ricetta viene la storia. “Parto sempre da una storia, e da lì ci costruisco un mondo, a volte più o meno complesso, in base all’occasione, che sia essa una competition, un cocktail per un evento, un guest shift”. Il suo obiettivo è dare “un’identità sensoriale a qualcosa che normalmente non ne ha, collegando aromi, sapori e texture a esperienze realmente vissute”.

In questo processo l’Italia non è una citazione estetica, ma una memoria viva. “Amo rappresentare la mia terra e raccontare piccoli aneddoti”. La tecnica serve a dare forma a quei ricordi: “Mi piace molto lavorare con la chiarificazione, non necessariamente attraverso il milk punch: a volte preferisco intervenire su un singolo elemento e giocare con le texture”. E anche le imperfezioni hanno un ruolo: “Credo che anche gli ‘spigoli’ siano importanti: proprio come in cucina, sono le diverse texture e contrapposizioni a rendere un’esperienza completa”.
Il risultato si vede nei cocktail. Fresa Frisella è un drink low-alcohol e chiarificato ispirato alla tradizionale frisella del Sud Italia, con Gin Mare, Paragon White Penja, pomodoro e fragola chiarificati e soda al cappero. “Un drink low-alcohol e chiarificato, ispirato alla tradizionale frisella del Sud Italia e reinterpretato attraverso il contrasto, la conservazione e la stagionalità”. La salamoia di capperi porta una componente salina decisa e crea uno scambio con la dolcezza naturale, evocando la costa mediterranea e la tradizione delle conserve.

In Ostriche, Taranta and Champagne il racconto si sposta sulla ritualità e sull’energia delle feste del Sud. “Ispirato alle vivaci tradizioni nuziali del Sud Italia, questo cocktail cattura la gioia, l’energia e il senso di comunità che caratterizzano queste celebrazioni”. L’esperienza comincia con un’“ostrica” di Gimlet ottenuta attraverso la sferificazione, “un singolo boccone che esplode in freschezza e anticipazione”. Poi Taranta, “una reinterpretazione giocosa dello spirito tradizionale del Sud Italia, ispirata al ritmo e al movimento della pizzica e della tarantella”, servita come uno sgroppino rinfrescante a base di sorbetti.

Se questi drink lavorano sulla tradizione, Howling Around My Happy Home è il cocktail della memoria. È “ispirato alla strada verso casa, nella mia città natale, costeggiata da infiniti ulivi”. Tequila e raicilla, Cointreau, olive, Tío Pepe e olio d’oliva costruiscono una Margarita nella quale il paesaggio salentino diventa ingrediente. “Tutto ritorna all’oliva – frutto, nocciolo, foglia e olio – trasformata, ma mai perduta”. Il drink diventa così “una Margarita che riflette il viaggio verso casa, dove ogni strada è ombreggiata dagli ulivi e ogni ricordo porta con sé la loro quieta sapidità e il profumo della terra”.
Poi Tutto nella Norma, twist di Reverse Martini ispirato… alla Pasta alla Norma. “Il drink reinterpreta i suoi ingredienti attraverso un profilo elegante e contemporaneo”. Tanqueray No. Ten, tomato dry vermouth, tintura di melanzana e olio al basilico trasformano il piatto in un’esperienza liquida. Il risultato, nelle parole di Miriam, è “un Martini che trasforma la memoria di un piatto italiano in un’esperienza liquida, mantenendone intatti i profumi e l’anima siciliana”.

Quattro cocktail, quattro storie, una stessa idea: il drink come memoria liquida. È anche la chiave per comprendere la sua visione dell’hospitality. Dopo aver lavorato in contesti molto diversi, la domanda è inevitabile: perché l’ospitalità italiana continua ad avere successo all’estero?
“Credo che una delle ragioni principali sia l’autenticità”. Non soltanto il prodotto, quindi, ma la capacità di creare una relazione. “All’estero siamo conosciuti anche per la nostra cordialità e per la capacità di mettere le persone a proprio agio, e penso che siamo stati capaci di trasformare questa caratteristica in un vero valore dell’hospitality italiana”.
Per Miriam è qualcosa che appartiene alla quotidianità e alle sue radici. “Essendo nata nel Sud Italia, è qualcosa che vivo naturalmente. Se una persona che non conosco viene per la prima volta a casa mia, troverà sempre un caffè, qualcosa di dolce e, molto probabilmente, alla fine condivideremo anche un pasto”. Poi la frase che meglio riassume la sua idea di accoglienza: “È il mio modo di dire: ‘Da questo momento sei a casa’”.

È forse qui che il viaggio di Miriam Guida trova il suo punto di equilibrio. Non in una classifica, in una competizione o in una nuova destinazione, ma nella capacità di prendere tutto ciò che ha incontrato lungo la strada – Parigi, Londra, la Spagna, SIPS, Nobu, Enigma, il whisky, il Salento, gli ulivi, la frisella, la taranta, la Pasta alla Norma – e trasformarlo in un linguaggio personale fatto di sapori, profumi, texture e memoria.
Perché il suo viaggio, alla fine, è iniziato da una domanda: cosa succede quando si chiudono gli occhi? La risposta è un cocktail. E dentro quel cocktail c’è una strada del Salento, un uliveto, una tavola apparecchiata, una festa di paese. C’è tutto quello che Miriam Guida ha portato con sé dall’Italia e tutto quello che ha imparato nel mondo.
Ed è forse questo il senso più autentico di “Italians Do It Better”: non importa quanto lontano si vada. Quando sai raccontare da dove vieni, puoi sentirti a casa anche dall’altra parte del mondo.




















