Un albero per ogni bottiglia venduta, Ed Faulkner e Ivo Devereux trasformano ogni brindisi in un tangibile gesto di rinascita.

C’è un momento, nella luce del primo mattino, in cui il Salento sembra trattenere il respiro. La terra profuma ancora di pioggia, l’aria sa di rosmarino, di mare lontano, di promesse che non hanno fretta. È stato in quel silenzio che ho affondato le mani nella zolla umida per piantare un piccolo albero. L’ho chiamato Pasticciotto. Un nome nato per gioco, ricordo di una colazione troppo buona per non essere tramandata, ma che in quel gesto ha preso la forma di una promessa. Perché lì, tra gli ulivi secolari di Palmariggi, la sostenibilità non è una semplice parola, bensì qualcosa che cresce davvero. Centimetro dopo centimetro, foglia dopo foglia.

Sono arrivato un lunedì sera qualsiasi alla Masseria del Viverbene, cuore pulsante del progetto Secolario, scoprendo subito un luogo che non si limita a ospitare, ma che ti accoglie come si accoglie un respiro. Pietra leccese, legno d’ulivo, geometrie sobrie e un silenzio che sa di calma. Tutto qui ti ricorda che il tempo, se lo lasci fare, sa ancora essere gentile. È il tempo del viver bene, come lo chiamano da queste parti. Non una filosofia, piuttosto un ritmo. Quello che ti fa rallentare, respirare, sentire.

Dietro Secolario ci sono Raffaele Cazzetta e Giorgia Marrocco, due eredi di storie antiche e complementari tra loro. Da una parte la famiglia Cazzetta, legata da generazioni all’olio e agli ulivi, custode di un paesaggio ferito dalla Xylella ma ancora tracotante di voglia di vivere. Dall’altra, la famiglia Marrocco, maestri della pietra leccese, capaci di trasformare la materia in racconto, la solidità in poesia. Insieme hanno dato vita a un ecosistema culturale, agricolo e umano che si nutre di autenticità e bellezza. La Masseria del Viverbene è il loro manifesto più autentico: un luogo dove ogni dettaglio, dal colore delle pareti al suono del vento tra gli alberi, sembra parlare la lingua della gratitudine.

A portarmi in Puglia è stato invece Sapling Spirits, una linea di gin e vodka inglesi che ha deciso di trasformare ogni bottiglia… in un albero. Letteralmente. Con l’iniziativa “One Bottle, One Tree”, per ogni bottiglia venduta viene piantato un albero, tracciabile con un codice univoco. Ad oggi Sapling ha piantato oltre 511.000 alberi nel mondo, con l’ambizioso obiettivo di raggiungere quota un milione entro il 2027. In Italia, il progetto si lega nello specifico alla riforestazione degli ulivi colpiti dalla Xylella, ferite vive nel paesaggio e nella memoria di chi ci è cresciuto. I fondatori sono stati Ed Faulkner e Ivo Devereux, due ragazzi londinesi che nel 2017, durante un progetto di riforestazione in Scozia dopo un devastante incendio, hanno trasformato il volontariato in un’esperienza di festa: di giorno piantavano alberi, di notte servivano cocktail. Quando però si sono resi conto che gli alcolici tradizionali erano in contrasto con la loro missione, è nato Sapling Spirits, simbolo di come si possa brindare facendo del bene al pianeta. “Ogni brindisi può avere un impatto positivo”, mi ha confidato con orgoglio Ed durante la cena. Parole, ma anche fatti, perché la loro Sapling Climate Positive Vodka, prodotta con grano biologico britannico e distillata quattro volte, offre un profilo pulito, fresco e naturalmente dolce. Negli anni la gamma di prodotti si è ulteriormente ampliata con un London Dry Gin, varianti aromatizzate come la Raspberry & Hibiscus Vodka e la prima vodka rigenerativa, ottenuta da pratiche agricole capaci di catturare carbonio dall’atmosfera.

Abbiamo trascorso tutto il secondo giorno tra le piante (e il cibo), seguendo chi conosce ogni odore, ogni sfumatura e leggenda del territorio. Il foraging nel giardino della masseria è stato un piccolo rito di attenzione: chinarsi, riconoscere, annusare, assaggiare. Un’erba balsamica qui, una foglia amarognola là, il profumo del finocchietto selvatico che si attacca alle dita e, alla fine, un paniere pieno di sorprese. Ci ha pensato chef Leonardo D’Ingeo – ex tra le altre di Carico Milano e Masseria Francescani – a trasformare in cucina quella profumata semplicità in piatti veg che sapevano di sole e di pazienza.
Parallelamente, sono arrivati i drink. I bartender di Quanta Basta e Fōlia, due cocktail bar che rappresentano ormai il volto liquido di Lecce, hanno portato la loro arte fino a qui, nella quiete della campagna. Il risultato? Ogni bicchiere era un racconto a base di gin, vodka, agrumi, erbe, vento, sostenibilità, dal sapido twist sul Bloody Mary a signature ancor più originali. Qualcuno rideva, qualcuno fotografava, qualcuno semplicemente ascoltava il frinire dei grilli. Io, invece, pensavo al mio piccolo Pasticciotto piantato poche ore prima, e a quanto la natura possa essere fragile e forte allo stesso tempo.

A proposito, c’è una bella frase che mi sono riportato a Firenze. Raffaele Cazzetta, che questa terra la conosce da sempre, mi ha detto infatti che “ogni pianta ha una voce, basta solo imparare ad ascoltarla”. E forse è vero: il vento, quando passa tra le foglie, sembra suonare una musica sottile, che non finisce mai.

Quando me ne sono andato il terzo giorno, il sole era già alto e la terra asciutta. Mi sono voltato un’ultima volta verso il giardino, cercando con lo sguardo il mio piccolo albero. Pasticciotto era lì, immobile, ma con una pagina da scrivere ancora tutta bianca. Ho pensato che tutto ciò che avevamo fatto in quei due giorni – bere, mangiare, ridere, piantare – ruota attorno a un’unica idea semplice e potentissima: che il benessere, quello vero, nasce solo quando impari a restituire, proprio come ha fatto fin dai suoi esordi il progetto di Sapling Spirits. Quindi, tra un sorso di Martini e un pugno di terra, ho capito cosa significa davvero viver bene, ossia prendersi il tempo di lasciare tracce che crescono.




















