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Tea Alberizzi, la bartender che si racconta attraverso le sue istantanee liquide

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Un uragano di positività ed estro, Tea Alberizzi fa parlare di sé dalla Campari Competition 2020. Corre con il vento in poppa la sua proposta di miscelazione semplice ma efficace, attraverso cocktail che parlano di lei, del suo mondo e di emozioni.

 

Ciao Tea, parlaci un po’ di te, come è iniziato l’amore per la miscelazione?

Sono una giovane ragazza milanese di 27 anni. Da ragazzina ho iniziato a lavorare nel mondo della ristorazione, i miei genitori avevano una bottega di vendita al dettaglio a Brera e io gli davo una mano. Nelle ore dei pasti, tra i pochi coperti che c’erano, mi aggiravo con il vassoio facendo su e giù dalla cucina. Ho iniziato così, un po’ per gioco un po’ per scherzo, fino a quando a 17 anni Milano ha iniziato a starmi stretta e ho deciso di migrare verso Padova. Continuo a lavorare come cameriera per mantenermi gli studi, fino a quando nel 2015 torno a Milano nel floridissimo periodo Expo e lavoro per il Good Luck, in zona Cairoli. Ho per la prima volta l’occasione di trovarmi davanti a una bottigliera, inizio a prendere le prime bottiglie in mano per curiosità e così quasi per caso mi ritrovo a esplorare questo mondo fantastico.

Qual è stato il tuo percorso professionale? E da chi hai appreso l’arte della mixology?

Nasce tutto al Good Luck, ho avuto la fortuna di incontrare questa bartender che nel suo tempo libero mi ha insegnato le basi della miscelazione. Visto il mio entusiasmo iniziale il suo consiglio più spassionato fu “prendi le bottiglie, leggi l’etichetta e sperimenta”. Non ho mai fatto nessun corso base, sono sempre andata avanti per tentativi e sperimenti a livello di gusto. Tornata a Padova avevo deciso che questa era la mia strada, così per sperimentare non tanto la tecnica quanto la gestione delle masse e del livello di stress parto nella stagione estiva 2016. Continuo a lavorare, da una stagione all’altra, fino al 2018 quando entro a far parte dello staff del pub Berlino, dove la miscelazione era inesistente ma mi lasciarono carta bianca per sperimentare.

 

Com’è stata l’esperienza al Monkey Bussiness? Rispecchia la tua personalità?

Al Monkey Bussiness sono arrivata nel febbraio del 2020. Il Monkey è un locale che non punta alla formalità, è un luogo dove l’accoglienza diventa amicizia, i clienti devono sentirsi a proprio agio, coccolati e viziati. Uno di quei posti dove ti verrebbe voglia di toglierti le scarpe e dire “sono a casa”. Posso dire con certezza che rispecchia la mia personalità, dal bancone e del servizio impeccabile offerto al cliente. Le persone vengono al Monkey e ci tornano perché sono state bene, hanno bevuto bene e si ricordano di noi.

 

Qual è la tua proposta di miscelazione?

La mia proposta di miscelazione è molto semplice, rispecchia me stessa. Sono una persona di facile lettura, senza troppi fronzoli o ambiguità, e così sono i miei cocktail: pochi ingredienti, semplici procedimenti e intuitivi per il cliente. Il mio punto di forza è proprio la semplicità, che in questo caso non va a discapito della qualità. Scelgo sempre le materie prime di qualità, non mi limito a prendere ciò che trovo al supermercato, aspetto la frutta e la verdura di stagione. Ritengo che siano fondamentali i prodotti di qualità per la buona riuscita di un drink.

Di cosa si compone la tua drink list ideale?

I miei drinks prendono sempre spunto da un classico, studio tutte le peculiarità e bilanciamenti e poi vado a riportarli nell’idea che ho in testa al momento. L’equilibrio non lo ricerco negli ingredienti quanto nella percezione del gusto, se per esempio in una ricetta classica c’è lo zucchero non è detto che lo riproporrò nella mia, piuttosto troverò un giusto compromesso per la parte zuccherina. Ripropongo sempre una parte di me nei drink, per me le radici sono fondamentali, come per un albero, cerco di diramarmi tra i miei rami e arrivare a realizzare la mia idea in versione liquida.

 

Da dove trai ispirazione per le tue proposte liquide? E come nascono i tuoi signature?

Le mie ispirazioni nascono da qualsiasi cosa, anche camminando per strada. Ho sempre la testa per aria e non so mai da dove arriverà l’ispirazione. Per esempio durante la quarantena ho avuto vari stimoli di inventiva, come con Colazione con l’Alce. Il cocktail è nato per un semplice motivo: mi piace mangiare i pancakes a colazione, è qualcosa che mi fa stare bene. Così ho pensato perché non ricreare i miei pancakes in versione liquida? Ho creato così questo cocktail con Bourbon infuso al burro d’arachidi, sciroppo d’acero, succo di limone e infine la marmellata di mirtilli. Un’altra delle mie idee più stravaganti è nata da una passeggiata a Venezia, con la piazza vuota a causa della pandemia ho pensato: chissà dove saranno tutti i cinesi che la gremivano, chissà se gli manca questa città. Poi ho pensato cinesi o giapponesi, si capiranno? È da lì è nato I Giapponesi Non Parlano Mandarino. È un cocktail a base sakè, tè verde alla menta piperita e succo di mandarino.

 

Credi sia più importante la tecnica per un bravo bartender o l’estro creativo?

Secondo me tra tecnica ed estro possiamo parlare di equilibrio, sono convinta che l’estro per quanto innovativo e meraviglioso senza tecnica è nullo. Una base tecnica è fondamentale, già partendo dalla conoscenza dei distillati, sapere in che modo si può comportare quel tipo di gusto abbinato ad un altro o con che tecnica può essere impiegato. Il motore creativo funge da accensione, ma se vogliamo far partire “la macchina” serve la tecnica.

Qual è il tuo distillato preferito?

Ottima domanda, lo uso poco in miscelazione, ma senza dubbio: la Grappa. Insieme a tutti i distillati del vino come: Brandy, Cognac e Armagnac. Li trovo molto interessanti perché sono caratterizzati da componenti che permettono di giocare su una sfumatura infinita di gusti, dal secco al dolce, dall’agrumato all’erbaceo.

 

Hai una visione rivoluzionaria sul Mojito, prediligi la versione T-punch come mai?

L’ho fatto per semplificarlo, sempre sulla stessa linea di pensiero, ho ridotto il Mojito alla sua base. Mi sono spinta verso il T-punch grazie a una bellissima esperienza che ho avuto a Marina di Ravenna in una Masterclass con Jimmy Bertazzoli alla Aguardiente, in cui si è parlato del rum in tutte le sue forme, ne sono rimasta affascinata. Quindi se qualcuno vuole provare qualcosa di semplice, ma già sperimentato, consiglio vivamente la versione mojito T-punch.

 

A tuo avviso su quale cocktail si può misurare la bravura di un barman?

Assolutamente sul Martini, se non sai fare un Martini cocktail lascia perdere. Il Martini è la base, in tutte le sue varianti possibili. E poi che sia freddo, il più freddo possibile.

 

Com’è stata l’esperienza alla Campari Competition 2020?

L’idea di partecipare alla Campari Competition dell’anno scorso, nasce nel periodo in cui ero al Berlino. Non avevo mai avuto la possibilità di confrontarmi con nessuno, decido allora di farla grossa e iscrivermi. Passo le prime selezioni online e mi reco a Milano per la prima tappa. Mi sentivo fuori luogo già dall’inizio, ma alla fine è arrivata l’inaspettata vittoria. Nella fase finale di Roma non sono passata, ma è stato meglio che vincerla perché ho avuto modo di entrare in contatto la bar industry della miscelazione di livello. Ho assaporato con mano quello che è il vero lavoro del bartender, dallo studio dei cocktail all’impiego delle materie prime.

 

Come nasce il cocktail “Istantanea di velluto”?

Sono proprio io, è la storia della mia vita riassunta in versione liquida. È stato il tema di Campari Cinema che mi ha incuriosito, ho studiato DAMS all’università e ho pensato subito che poteva essere la mia occasione. C’erano vari spunti interessanti, ma la mia idea è stata subito quella di girare in un certo senso un film sulla mia vita. Ho scelto così lo spot in cui c’era una ragazza in treno annoiata, che fa zapping da un paesaggio all’altro, mi sono immedesimata in quella situazione e ho realizzato così “Istantanea di Velluto”. Ogni stacco della mia vita è rappresentato da un’entrata in galleria e a ogni uscita un nuovo capitolo. Parte tutto così da marmellata di arance amare e succo di limone, che rappresentano la mia infanzia, quel dolce amaro che ho vissuto durante la separazione dei miei genitori; poi c’è il Campari con la sua nota amarognola che identifica la mia adolescenza: i primi amori finiti male e la difficoltà nei rapporti con gli altri. E infine c’è Averna, un amaro strutturato e corposo, simbolo della mia crescita personale con un tocco finale di Grappa di Moscato, il mio distillato preferito, quella ventata di fresco che arriva con il primo amore e che ridona equilibrio a tutto.

 

Nuovi progetti per il futuro?

Ho un progetto in corso su Venezia, sono appena uscita dal bancone del Monkey e ora mi dirigo verso questa nuova avventura.

Qual è il tuo cocktail preferito?

Senza ombra di dubbio l’Americano, è proprio il mio comfort drink semplice e deciso, a patto che sia sbilanciato sul bitter.

 

Clelia Mumolo

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